DADA A CASA BOSSI, QUARANT’ANNI DOPO di Caterina Tognetti

By lunedì 11 giugno 2018 0 No tags Permalink 0

Casa Bossi, maestoso edificio antonelliano nel cuore di Novara, è un luogo che ha saputo fare del trasformismo la sua vocazione, nato come villa residenziale per la nobile famiglia Bossi, con il tempo ha ospitato artisti, intellettuali, scuole, uffici e associazioni culturali e, nonostante gli anni di abbandono, oggivive ancora attraverso l’operato di un comitato civico che ne ha sfruttato gli spazi per dar voce alla città ridefinendo continuamente la sua identità.

Intorno al 1978 il vivace clima culturale della Casa concepisce la mostra didattica Dada Prima-Dada-Dada Dopo attraverso un allestimento scenografico che permettesse di raccontare il provocatorio movimento dadaista senza far ricorso a opere collocate in musei e collezioni di rilevanza assoluta. La Mostra-Intervento viene realizzata al Broletto di Novara e diventa itinerante raggiungendo Domodossola, Milano, Stresa, Urbino, Pesaro, Mantova, Torino. Vittorio Tonon e Alessandro Pica realizzano una straordinaria macchina espositiva, di cui si sono perdute le tracce tra magazzini e depositi, fatta di grandi strutture modulari autoreggenti e composte di riquadri mobili, tessere di un grande mosaico info-visivo dedicato al dadaismo.

Quarant’anni dopo Casa Bossi ricorda questo capitolo della sua storia di centro culturale urbano con una nuova mostra dove si ripercorrono documenti e materiali dell’allestimento originario e dove trovano spaziodi espressione i ragazzi del Liceo Artistico e Coreutico Musicale Felice Casorati di Novara che, sotto la guida di Vittorio Tonon, hanno realizzato nuove opere come ideale prosecuzione della riflessione sul Dadaismo.

E’ un esperimento interessante e allo stesso tempo paradossale quello di reinterpretare un movimento così mutevole, autocontraddittorio e antidogmatico, destinato a estinguersi entro poco tempo dalla sua nascita. Ma è anche una sfida stimolante per capire come un movimento di tale carica rivoluzionaria, pensato da e per i giovani, possa essere interpretato dai liceali di oggi.

Classi con indirizzi diversi hanno contribuito alla mostra con esiti diversi. La classe di scenografia realizza opere che, pur nella ricerca della libertà espressiva tipica del Dada, ricalcano soluzioni e invenzioni tipichedelle avanguardie dell’epoca da cui il movimento attingeva e allo stesso tempo voleva programmaticamente distaccarsi. Le maschere di ispirazione africana presenti nell’arte del primoNovecento sono realizzati con la tecnica dadaista del collage; un manichino, soggetto tipicamente surrealista, è cinto da una gonna dove la Gioconda è replicata come un pattern di un’opera Pop.

In alcuni casi la tecnica del collage viene messa al servizio di riflessioni contemporanee: il sezionamento del viso di una statua classica rivela un cervello umano e ancora più al centro, un microchip (Luisana Sahid). Il contributo ancora tangibile della classicità nel nostro modo di leggere il mondo, la graduale consapevolezza di come il nostro cervello sia paragonabile a un computer e che la tecnologia stessa sia in grado di apprendere.

La classe di arti visive al contrario crea oggetti più fedeli allo spirito dei ready-made. Negli anni del Dadaismo gli artisti adottano oggetti di uso quotidiano, scartati e riadattati a una nuova funzione antiartistica, la maggior parte dei ragazzi usa i medesimi oggetti degli artisti del primo Novecento come valigie di cartone e antichi mobili in legno. Potrebbe sembrare una semplice forma di citazionismo o forse la crisi identitaria della generazione dei Millennials genera una forma di nostalgia sempre maggiore per il tangibile oggetto d’altri tempi, come dimostra da tempo il cinema e la televisione.

Non mancano però invenzioni intelligenti e originali come il collage che sovrappone su due piani rose vere e rose finte (Elena Antonini – foto 1), differenza possibile da cogliere solo con l’appassirsi di quelle vere. Un materiale povero e versatile come il pallet viene usato per realizzare una tautologica e autoironica scritta “dada” (Massimiliano Benassi – foto 2). Un’idea ambiziosa, anche se rimasta sul piano progettuale, prevede una struttura in legno, a cassettoni, ciascuno destinato a contenere un’opera d’arte. Un modello in piccola scala rivela che le opere a cui è destinata sono piccoli e colorati giocattoli: un intelligente gioco di forme, dalle sembianze naturalistiche, destinato a ospitare a sua volta dei giochi (Matteo Tosi – foto 3). Una pratica terapeutica come il pediluvio viene ironicamente ribaltata trasformando una bacinella in un contenitore di uno specchio d’acqua dove galleggia una piccola imbarcazione, il cui scafo è in realtà la suola di una scarpa da ginnastica. Qui una dimensione intima ne incontra una globale e politica. (Dariya Petrovska – foto 4)

Altro punto di rottura con la filosofia Dadaista è la critica sociale che traspare da molti lavori e che nei seguaci di Tzara si può difficilmente ritrovare. Il mappamondo “imbustato” con un sacchetto riutilizzabile (Matilde Spimpolo – foto 5), simbolo di una polemica sterile e inutile, allo stesso tempo “racchiude” i mali e leingiustizie del mondo e, viceversa, un mappamondo ricoperto di fiori (Alessia Capuano – foto 5) rappresenta la speranza di ridefinire il mondo in cui viviamo. La vecchia valigia simbolo della migrazione incartata in una rete metallica, così come la barca destinata a navigare dentro una bacinella sono una critica alla dura realtàdella migrazione e all’odierno concetto di “confine”.

E’ davvero possibile un revival di un movimento così rivoluzionario, negazionista, antidogmatico e antiartistico? E’ un’impresa paradossale, si diceva, e forse la pensa così anche Syria Arduini (foto 6), l’autrice di “Theart of death”, che ricrea un cimitero in miniatura dove letteralmente seppellisce i rivoluzionari e autoironici artisti dada.

Foto 1 – Elena Antonini

Foto 2 – Massimiliano Benassi

Foto 3 – Matteo Tosi

Foto 4 – Dariya Petrovska

Foto 5 – Matilde Spimpolo e Alessia Capuano

Foto 6 – Syria Arduini

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