Il mio interesse è rivolto agli sviluppi della ricerca artistica che muove dai primi anni ’90 ai giorni nostri. La svolta epocale avvenuta negli anni ’90 è subordinata ai cambiamenti sociali e culturali che si sono generati nell’ambito della globalizzazione.

La situazione che emerge dal fertile contesto della ricerca artistica in atto, non è più identificabile attraverso gli “ismi” che hanno connotato in gran parte la storia del Novecento, ma è piuttosto assimilabile allo schema che è stato proposto dai due filosofi francesi Gilles Deleuze e Felix Guattari i quali chiudono le loro riflessioni mettendo a punto la nozione di Plateau, ovvero di luogo che si mantiene in un equilibrio dinamico al cui interno muovono le diverse linee di ricerca. Equilibrio dinamico che possiamo riconoscere come Steady State (per usare una terminologia cara alle teorie cosmologiche contemporanee), come stato stazionario a sua volta generato dal multiculturalismo.

Questo Zeitgeist o spirito del tempo, che Arthur Danto definisce post-storico, delinea nel novero di un processo di normalizzazione l’emergere di molteplici identità differenti. Oggi, nell’età del sincretismo culturale e dell’omologazione mass-mediale, siamo in grado di accogliere la coesistenza di molteplici posizioni estetiche che formano una caleidoscopica diversità, una costellazione di luci, di individualità che dobbiamo accogliere e valutare attraverso l’analisi dello stile che ogni singolo autore è in grado di esibire.

L’artista, oggi più di ieri, assume una nuova centralità in quanto è impegnato in

prima persona a raccontare e sostenere sul piano teoretico la sua ricerca. In questo mutato quadro da parte della critica vanno infatti considerate le storie individuali delle opere e lo stato nascente da cui hanno avuto origine in quanto occorre sapere come sono nate per imparare a leggerle in termini di messaggio. Solo in questo modo è oggi possibile ridefinire un’altra storia, una nuova narrazione non più riducibile alla sola storia delle interpretazioni. Alla luce di quanto esposto, non solo l’artista, ma anche l’opera come entità linguistica assume oggi una centralità nuova.

Heidegger sottolinea nel suo saggio L’origine dell’opera d’arte, che l’arte non è storica perché appartiene alla storia, ma è storica perché fonda la storia, in quanto l’arte è origine, null’altro. Per Heidegger l’arte non ha origine, ma è origine nella sua essenza stessa. La nozione di origine mira ad affermare la discontinuità radicale dell’evento artistico rispetto a tutto ciò che lo precede, lo circonda e lo segue. Arte e origine sono sinonimi, perché non esiste arte che non sia origine, salto, instaurazione nel presente. Se l’arte abbandona l’esperienza dell’origine, cessa di essere arte. E’ l’arte a schiudere gli orizzonti all’interno dei quali il pensiero s’interroga sul senso dell’essere e quindi mette in questione la realtà quale appare storicamente. L’arte rivela l’essere epocalmente in quanto le opere d’arte rappresentano, in seno all’essere, un’apertura in cui ne va dell’essere stesso. Ciò significa che l’arte è conoscenza e che l’esperienza dell’opera d’arte ci fa partecipi di tale conoscenza.

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